venerdì 20 ottobre 2017

Prova



Convenzione con LatinAutismo ONLUS


mercoledì 18 ottobre 2017

Patologie Ortopediche



Coxartrosi e Protesi d’Anca

L’artrosi dell’anca è un processo degenerativo dei capi articolari, questa si manifesta con una progressiva perdita della cartilagine articolare, con la riduzione dello spazio articolare, dolore e riduzione dell’articolarità.

Cause
La Coxartrosi può essere di due tipi, primaria o secondaria, della primaria non sono note le cause determinanti. La Coxartrosi secondaria invece dipende quasi sempre da esiti di fratture, displasia dell’anca, necrosi della testa del femore, esiti di malattie sistemiche.

Sintomatologia
Il paziente generalmente riferisce dolore durante l’attività, rigidità al risveglio, ma anche dopo un’attività momentanea, limitazione funzionale, senso di instabilità e insicurezza durante la deambulazione.

Trattamento
Il trattamento si differenzia in conservativo e cruento. Se la degenerazione non è ancora grave e non ancora invalidante può essere utile una cura di antinfiammatori non steroidei (FANS) e un programma di rinforzo muscolare e allungamento. Nel caso in cui tutto questo fosse vano, si interviene chirurgicamente procedendo alla sostituzione totale di anca.

Decorso Post-Chirurgico
Dopo l’intervento il paziente sarà già in grado, in seconda giornata, di deambulare con l’ausilio del deambulatore e dopo la rimozione dei punti si può iniziare il programma riabilitativo.

Riabilitazione
Nelle prime fasi è bene evitare l’eccessiva flessione e adduzione, onde evitare la lussazione dell’impianto. In acqua si interverrà lavorando sulla propriocezione ed inizialmente sfruttando la microgravità e lo scarico gravitario si potrà correggere lo schema del passo, in seguito diminuendo il dolore e potendo aumentare l’articolarità si potrà intervenire rinforzando il tono-trofismo della muscolatura dell’arto.

Distorsione di Collo Piede
La distorsione di caviglia è sempre secondaria ad un trauma discorsivo, ovvero ad una forzata sollecitazione in varismo e supinazione con un danno a carico del compartimento esterno nella maggior parte dei casi o in valgismo e pronazione con danno al compartimento interno
Sintomatologia
Dopo il trauma possiamo avere tumefazione proce, dolore locale alla pressione, con esacerbazione nelle manovre di prono-supinazione e marcata impotenza funzionale.
Trattamento E Riabilitazione
A seconda della gravità della lesione dopo un primo periodo di immobilità si può iniziare da subito un intenso programma fisioterapico, comprendente l’idrokinesi, in particolar modo nelle prime fasi. La terapia in acqua in questo tipo di traumi è un elemento di particolare efficacia, in ambiente microgravitario e con esercizi progressivi, possiamo accelerare la rieducazione dando un carico via via adeguato e lavorando molto sulla propriocezione; inoltre in acqua si può ottenere un range di movimento maggiore col minimo dolore, il paziente si trova così ad avere un precoce ritorno all’attività lavorativa e o sportiva. In questo modo si riducono al minimo tutti i sintomi tardivi, quali instabilità di caviglia, algoneurodistrofie, dolore costante, rigidità e limitazione funzionale.

Gonartrosi e Protesi di Ginocchio
La gonartrosi è una patologia cronico-degenerativa del ginocchio che porta ad un danno crescente con un elevato grado di disabilità.
Cause
La degenerazione del ginocchio può essere imputabile ad una serie di fattori tra i quali ricordiamo deformità congenite, traumi, artrite reumatoide e obesità. La degenerazione può interessare il compartimento mediale o laterale determinando deformità in varismo o in valgismo, a volte la degenerazione interessare anche il compartimento rotuleo causando sublussazione o deviazione della stessa.
Sintomatologia
La gonalgia esordisce progressivamente specie flettendo il ginocchio. All’inizio la sintomatologia dolorosa viene alleviata dal riposo, con la cronicizzazione del dolore il paziente non caricherà più sull’arto dolente, ma sul “sano” che precocemente andrà incontro alla stessa sindrome.
Trattamento
Come per l’anca si può procedere ad un trattamento conservativo o cruento. In una prima fase si interviene con antinfiammatori-antidolorifici meglio se accompagnati da esercizi per il rinforzo del quadricipite. Se la degenerazione, ma soprattutto la sintomatologia dolorosa peggiora, si interviene chirurgicamente e a seconda delle esigenze cliniche si procederà con l’innesto della protesi di ginocchio che può essere monocompartimentale o totale.
Decorso Post-Operatorio
Dopo l’operazione la progressione del carico si basa sull’indicazione del chirurgo a seconda dei reperti intraoperatori. Nella prima fase si deve controllare il l’infiammazione e di conseguenza il dolore con ghiaccio e FANS e progressivamente nelle 6 settimane successive si può ridare il carico. Nello stesso periodo  si lavora anche sulla flessione (almeno 90°) e sul rinforzo del tono muscolare. In un quadro clinico come questo molto importante è il ruolo giocato dall’Idrokinesi che permette il raggiungimento di questi obiettivi più rapidamente e con minor dolore.

Lacerazione della Cuffia dei Rotatori
L’obiettivo della spalla è quello di posizionare la mano nello spazio per le attività di vita quotidiana. Il fattore più importante in un programma riabilitativo è la definizione di una diagnosi corretta. Tra le varie patologie prendiamo in esame la più frequente, la lacerazione della cuffia dei rotatori. La cuffia dei rotatori è formata dai tendini di quattro muscoli: sovraspinoso, sottospinoso, sottoscapolare e piccolo rotondo. Questa struttura ha la funzione di stabilizzare la testa dell’omero e di consentirne la rotazione nello spazio.  È una patologia cronico-degenerativa che non guarisce spontaneamente dando un alto grado di disabilità e dolore.
Cause
Questa sindrome colpisce indifferentemente sia gli uomini che le donne ed è molto frequente negli sport o comunque in tutte le attività “overhead” a cui spesso si associa un evento o una serie di eventi traumatici che col passare del tempo porta alla degenerazione ed a un’invalidità progressiva.
Sintomatologia
 La sintomatologia è principalmente di tipo doloroso. Al dolore si associano ipostenia e limitazione funzionale fino ad impedire le più comuni attività di vita quotidiana come pettinarsi e allacciarsi il reggiseno.
Trattamento
A seconda delle lesioni si può intervenire o in maniera conservativa o chirurgicamente. Il trattamento conservativo prevede il riposo o comunque la diminuzione della attività delle attività che causano il dolore, una terapia farmacologica con antinfiammatorio o con infiltrazioni di cortisonenella fasi di dolore acuto e un programma fisioterapico personalizzato. Se gli esami strumentali evidenziano lesioni importanti, a discrezione dello specialista, si interviene chirurgicamente in artroscopia mininvasiva.
Decorso Post-Operatorio
Dopo l’intervento verrà applicato un tutore ortopedico da mantenere per un periodo proporzionato all’entità del danno. Successivamente, previa visita fisiatrica, si può iniziare il programma fisioterapico. Il recupero deve essere progressivo volto al controllo e alla risoluzione della sintomatologia dolorosa e al recupero dell’articolarità. In acqua, sfruttando l’ipogravitàe il galleggiamento, si riesce a lavorare in modo ottimale per il ripristino della mobilità in tutti i piani spaziali, cosa difficilmente raggiungibile a “secco” e senza suscitare dolore nel paziente durante la seduta, inoltre lavorando sulle contrazioni eccentriche e concentriche si migliora il tono-trofismo muscolare dando una guarigione in tempi più brevi.

Lesione Legamento Crociato Anteriore

La lesione parziale o totale del L.C.A. è un’eventualità molto frequente nelle distorsioni di ginocchio. Questa è causata da un trauma, sempre indiretto, che imprime all’arto una sollecitazione eccessiva.                                                                    In casi di lesioni importanti del L.C.A. queste possono provocare una vera e propria instabilità di ginocchio
Cause
Normalmente questi traumi avvengono per un’eccessiva sollecitazione in varismo o in valgismo un esempio sono i traumi sportivi ad esempio un repentino cambio di direzione o la ricaduta dopo un salto.
Sintomatologia
Si basa sul dato anamemnestico di un trauma che ha subito il ginocchio, accompagnato da un improvviso dolore e dalla sensazione di un vero e proprio “crack”. Il paziente riferisce l’impossibilità all’estensione completa, un’impotenza funzionale più o meno accentuata, dolore diffuso e intenso e instabilità articolare.
Trattamento
La lesione del L.C.A. non guarisce spontaneamente, quindi si opta per la chirurgia artroscopica ricostruttiva in modo da sostituire il legamento danneggiato con un autoinnesto, che può essere a seconda delle esigenze chirurgiche o il tendine rotuleo o il semitendinoso.
Riabilitazione
L’idrokinesi offre la possibilità di effettuare un trattamento precoce, in quanto l’ambiente microgravitario dell’acqua consente di intervenire già dopo la rimozione dei punti di sutura dovuti all’intervento.                                                                        L’obiettivo principale è il recupero dell’articolarità del ginocchio, la riduzione del dolore per poi passare al recupero del tono-trofismo della gamba in toto.



Acqua E Autismo


Il percorso che è stato intrapreso ha dato ampio spazio all’osservazione, per cercare di conoscere e per quanto possibile capire le modalità comunicative dei bambini.

Si è tentato di non tralasciare nessun aspetto considerando, come afferma P.Watzlawich nel libro "La Pragmatica della comunicazione" che


NON È POSSIBILE NON COMUNICARE, NON ESISTE UN NON COMPORTAMENTO, L’ATTIVITÁ O L’INATTIVITÁ, LE PAROLE O IL SILENZIO HANNO TUTTI VALORE DI MESSAGGIO.



Partecipare direttamente al processo evolutivo del bambino portatore di handicap significa non solo doversi mettere in discussione, ma ricercare modalità di comunicazione alternative, dove non esiste niente di assoluto, tutto è relativo e modificabile.

Il linguaggio verbale non può più essere, il canale di comunicazione dominante,tutti i tipi di linguaggio concorrono alla strutturazione dinamica e aperta del pensiero; la scuola e i centri riabilitativi devono poter offrire a questi bambini una pluralità di interventi educativi che valorizzino le diversità di ciascuno.

Il mediatore facilitante, che mi ha permesso di costruire un contesto riabilitativo alternativo e stimolante con questi pazienti è l’ACQUA, in quanto stimola tutto il sistema neuro- muscolare, consente attraverso il rilassamento, un progressivo distendersi delle tensioni e delle contrazioni muscolari; l’ambiente microgravitario induce quel sentimento di piacevolezza e quella sensazione di abbandono-contenimento che permette di costruire nuovi modi di stare insieme e di strutturare nuove abilità.

L’attività motoria in acqua offre al bambino una occasione per sperimentare la sicurezza e la fiducia verso l’altro che diventano le condizioni indispensabili affinchè le esperienze possano essere vissute in un contesto relazionale positivo e di reciprocità. L’acqua accoglie, sostiene, culla, diverte, permette di accorciare le distanze tra le persone e stimola l’interesse per nuovi apprendimenti favorendo una progressiva crescita del senso di autonomia.

Giocando con il proprio corpo in acqua si sperimentano le possibilità di equilibrio, di movimento, direzione, propulsione, contatto. L’operatore con il suo contatto e con la sua presenza accompagna il bambino in questo percorso di esplorazione, lo guida alla scoperta del proprio corpo in relazione al nuovo spazio, agli oggetti e agli altri.

Condivide con lui il piacere e la soddisfazione di conquistare progressivamente autonomia e nuove abilità.

Nel clima di distensione e di dialogo tonico favorito dallo stare in acqua il bambino tende a concentrarsi più facilmente sull’azione proposta, riesce a guardare negli occhi l’adulto, supera più facilmente le proprie inibizioni e diminuiscono di frequenza e intensità i comportamenti aggressivi e auto aggressivi.

I limiti fisici vengono ridimensionati grazie all’effetto dell’acqua e in ogni caso la partecipazione all’attività svolta in piscina offre al portatore di handicap un’occasione spesso irrinunciabile per esprimere le proprie capacità.


STRUTTURA DEL PROGETTO

Il progetto è rivolto in modo particolare ai bambini portatori di handicap grave, che frequentano il Centro.

OPERATORI: Sandro Sollazzo (Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva, Insegnante di Educazione Fisica, Idrokinesiterapista ANIK e assistente bagnanti F.I.N).

LUOGO: Piscina.
TEMPI: Lunedì pomeriggio, Giovedì pomeriggio dalle 15.00 alle 20.00.


OBIETTIVI GENERALI

- sviluppare una positiva immagine di sè

- sviluppo nell’autonomie della vita quotidiana e generale.

- scoperta del proprio corpo attraverso lo sviluppo delle afferenze.

- costruzione e consolidamento di un modificato schema corporeo.

- miglioramento delle funzioni neuro muscolare, respiratoria e cardiocircolatoria.

- sviluppare le capacità che organizzano e regolano il movimento.

- sviluppare le capacità percettivo motorie di contatto e relazione con l’adulto.

- sviluppare una buona condizione generale di rilassamento.

- scoperta e utilizzo dei diversi canali comunicativi (cinestesico, visivo, verbale)

- sviluppo dell’intenzionalità comunicativa.

- riduzione degli stati d’ansia e degli atteggiamenti aggressivi e auto aggressivi

- sviluppo dei fondamentali del movimento in acqua:

1) ambientamento assistito

2) respirazione con e senza apnea

3) galleggiamento

4) scivolamento

ATTIVITÀ

a) autonomia : Es. spogliarsi...rivestirsi...la doccia…

b) ambientamento generale:

- ingresso in acqua

- contatto dell’acqua sul corpo, sul viso..

- rilassamento con ausili e con le prese dell’operatore

- scivolamento prono con aiuto

- scivolamento supino con aiuto

- immersione del volto(coordinazione ispirazione\espirazione)

- galleggiamento prono con e senza appoggi

- galleggiamento e scivolamento autonomo

- battuta di gambe a Crawl

- battuta di gambe a Dorso

- coordinazione braccia-gambe a crawl

- coordinazione braccia e gambe a dorso

- uso dei materiali

- interazione con coetanei (giochi)

 Il METODO DI LAVORO E GLI STRUMENTI

Il bambino con disabilità frequentemente instaura delle "strategie di difesa" che si esprimono nell’isolamento e in alcune stereotipie. Egli crea dei veri e propri muri e schermi protettivi con il proprio corpo. "Il bambino agisce sull’ambiente in modo che l’ambiente stesso non possa agire su di lui". Inizialmente verrà privilegiato il rapporto con l’adulto, finalizzato alla costruzione di un forte dialogo tonico e di un contesto piacevole caratterizzato da un’atmosfera gioiosa e fiduciosa. Questo particolare stato emotivo favorisce anche la memorizzazione delle esperienze. Le emozioni organizzano l’informazione nella nostra mente: creano infatti una rete associativa supplementare che consente di collegare fra loro gli eventi e quindi di recuperarli molto più facilmente dalla memoria. L’adulto vivrà insieme al bambino ogni esperienza in stretto contatto fisico e parteciperà ad ogni scoperta lasciando libero il bambino di organizzarsi e di ricercare l’adattamento migliore attraverso un percorso di ricerca-azione.



Verranno creati ed organizzate situazioni di giochi corporei con diversi oggetti e ausili galleggianti e costruiti dei percorsi sia in superficie che sotto l’acqua con diversi materiali. (ta
volette, tubi, ciambelle, tappetini semigalleggianti, animaletti galleggianti, palloni, ecc. ecc.).

Le attività si svolgeranno sia nella vasca piccola che in quella grande.

VALUTAZIONE

In questo progetto la valutazione intesa come "riflessione pedagogica sulla verifica" è uno degli aspetti fondamentali, in quanto permette agli operatori di autoregolare la programmazione e di ricercare negli alunni quella che Vygotskij chiama "zona di sviluppo prossimale" e che in campo educativo si può tradurre in "zona prossimale di apprendimento".

Progettare gli interventi in quel tempo-spazio situato tra ciò che l’allievo ancora non sa ma che potrebbe sapere se opportunamente aiutato dall’adulto, significa porre anche l’alunno con handicap nella condizione di IMPARARE AD IMPARARE.

Opportune schede di verifica aiutano a monitorare l’iter terapeutico e il raggiungimento degli obiettivi previsti sia a breve, medio e a lungo termine.

Educazione Psicomotoria In Acqua


Una proposta innovativa per l’apprendimento del nuoto inteso come gioco-sport, una nuova cultura pedagogica del movimento acquatico. 
Nonostante i diversi approcci la etologia, la neuropsicologia e la psicanalisi concordano sull’importanza del gioco specie nell’età evolutiva; esso costituisce per il fanciullo l’esperienza più ricca, impegnativa e decisiva per il suo sviluppo psicomotorio. Il gioco risulta determinante per la maturazione funzionale delle aree associative della corteccia cerebrale. Esso favorisce lo sviluppo psicologico del bambino, gli consente di isolarsi da una realtà non sempre gradita, rifugiandosi in un mondo fantastico, nel quale può soddisfare i propri bisogni e superare le frustrazioni del quotidiano. Tante sono dunque le funzioni positive del gioco, ma la cosa più sorprendente è che vengano sviluppate indipendentemente dalla consapevolezza del fanciullo. Si gioca solo perché prova piacere, un piacere svincolato da ogni obiettivo da raggiungere, da ogni finalità da realizzare. La condizione primaria del gioco è dunque la gratuità!!! 
In questo modo il bambino si trova così ad apprendere i contenuti, usufruendo di uno stato motivazionale elevatissimo che facilita enormemente l’apprendimento e rende estremamente più sopportabile lo sforzo. 
La pratica del “gioco-nuoto”a tutti i livelli è estremamente gradita al bambino, perché oltre ai contenuti fantastici che scatenano la sua immaginazione, tutte le sensazioni tattili, vestibolari, propriocettive che arrivano al suo cervello sono estremamente gratificanti. Ciò avviene perché queste esperienze alimentano direttamente il sistema emozionale(sistema limbico). Quindi i messaggi che provengono dai nostri occhi, dalle orecchie ,dalla pelle ,oltre ai segnali cinestetici e vestibolari eccitano i centri libici,mettendo in moto un gigantesco anello di retroazione emozionale-sensoriale. Purtroppo i centri del dolore e del piacere non sono nettamente separati tra loro, ciò che in un soggetto può causare piacere, in un altro può generare dolore,e questo dipende soprattutto dal significato attribuito alle sensazioni che arrivano al cervello. Se un tuffo,l’immersione, la capriola,fanno parte di una “storia”, di un gioco che avvince e diverte il bambino,le sensazioni che queste azioni motorie suscitano, saranno vissute piacevolmente;se invece i medesimi gesti vengono imposti dall’insegnante e temuti dal bambino, la reazione sarà esattamente opposta e tali sensazioni diventano fonte di angoscia e dolore. 
Entrare in acqua, immergere il viso, tuffarsi, può generare nel fanciullo le sensazioni più diverse,ma il trasformare la paura in divertimento,il dolore in gioia, il rifiuto in entusiasmo,dipenderà dal significato che il bambino,interagendo con l’insegnante, sarà in grado di dare a queste esperienze. Eccoci dunque al nocciolo della proposta: far sì che le attività motorie in acqua svolte dai bambini abbiano per loro un significato comprensibile, apprezzato e condiviso, solo in questo caso essi attribuiranno a tali attività un “valore”positivo che permetterà loro di assimilarle piacevolmente. 
Qual è però l’attività che il bambino ama più di ogni altra, che assume per lui il massimo dei significati se non il gioco? Come possiamo far a meno del gioco, una attività che centinaia di milioni di anni di evoluzione hanno selezionato per consentirci di apprendere e svilupparci ìn modo piacevole ed efficace? Fino ad ora il gioco è stato nel nuoto ignorato od utilizzato in modo improprio solo nelle primissime fasi dell’ambientamento perché non se ne è compresa la portata educativa. In alcuni casi si è rinunciato al clima gioioso offerto dal gioco considerando i bambini dei piccoli adulti, in altri casi il gioco è stato spesso confuso con l’anarchia, l’ambiente ludico con la confusione. Giocare non significa portare solo le ochette o i pupazzetti in vasca o perlomeno non solo questo! Per favorire l’approccio all’ambiente acquatico si possono utilizzare anche simili strumenti,molto presto però il gioco dovrà assumere connotazioni diverse, non utilizzare attrezzi esterni bensì gli stessi gesti delle tecniche natatorie; per giocare non servono palle colorate, o pesciolini o salvagenti, non si gioca con gli strumenti ma con la fantasia! Giocare significa attribuire agli stessi gesti della vita un significato diverso! 

Non è divertente per un bambino piccolo immergere il viso nell’acqua, aprire gli occhi, o peggio ancora lasciare il tranquillo appiglio dell’istruttore; per farlo deve avere spinte più forti di quelle rappresentate dalla paura o dal fastidio dell’acqua sul viso. 
Se però l’immersione del viso diventa un gesto indispensabile per eseguire un gioco, per assecondare una storia ,molto facilmente il fastidio e la paura vengono superate .Giocare in acqua é creare una condizione fantastica nella quale i gesti reali del nuoto prendono significati diversi,accettati, anzi graditi dal bambino. Non è solo saltare,schizzarsi, schiamazzare, ma immergere il volto,rilassarsi, galleggiare,scivolare,apprendere corretti meccanismi respiratori, dunque i gesti fondamentali del nuoto.
Programma operativo: Serenità in acqua. 
• Proporre “cose” che il bambino può compiere con efficacia. Es. “immergere solo il becco.” 
• Favorire la presa di coscienza dell’elemento acqua come elemento di gioco e utilizzabile. 
• Organizzare giochi e situazioni che facciano sperimentare al bambino il nuovo e precario equilibrio sia in acqua bassa sia in acqua alta. 
• Favorire il progresso dei movimenti in acqua attenuando la motricità e il tono muscolare. Nel nuoto i progressi non avvengono per aggiunta di movimenti ma per riduzione. 
Programma organizzativo: 
• lo spazio di attività deve essere il più ampio e libero possibile senza corsie e limitazioni per la libera espressione del bambino. 
• I gruppi di lavoro da 15 bambini devono formarsi in base a semestri e non ad anni di nascita. 
• Gli istruttori devono essere due per gruppo per poi orientarsi ad interventi mirati o come compagni di giochi o come punti di riferimento o come coordinatori dei “giochi” e delle attività,badando tuttavia a non divenire colui che dirige dall’alto. 
• In accordo e secondo le potenzialità del centro sportivo introdurre nei gruppi anche bambini con disabilità sia motorie che dell’apprendimento per valorizzare il loro’strano”ed unico apporto nel gruppo.

Le modalità relazionali nell’idrokinesiterapia

 Il lavoro riabilitativo in acqua per il particolare ambiente in cui si svolge è unico, piacevole e particolarmente stimolante sia per il paziente che per il terapista. La relazione che si stabilisce in acqua tra i due protagonisti è completamente diversa da quella che si instaura in una palestra o in una normale seduta di fisioterapia per la presenza di un terzo elemento: l’acqua.
Essa per le sue caratteristiche fisiche, entra nella classica relazione duale terapista-paziente influenzandola fortemente. In acqua si determina una relazione a tre: paziente, operatore ed acqua del tutto nuova ed insolita, diversa, inoltre per ogni singolo paziente. I benefici e i rischi di tale relazione triangolare devono essere analizzati e studiati prima con molta attenzione in modo da non compromettere i risultati terapeutici.

Infatti dal tipo di relazione che si istaura tra il paziente, il terapista e l’acqua e dalla reciproca interazione, dipende il successo della terapia in acqua o il suo fallimento. Molto spesso questo rapporto a tre è trascurato dagli operatori che lavorano in piscina con il conseguente abbandono precoce della terapia in acqua da parte di molti pazienti perché non sono stati aiutati a stabilire con essa una buona relazione, dunque è necessario che il lavoro riabilitativo in acqua sia proposto e realizzato da professionisti formati in modo specialistico. Ritengo che la relazione triangolare sia il presupposto alla base del lavoro riabilitativo in acqua, perciò l’ambientamento del paziente in acqua deve rappresentare il fulcro intorno a cui ruota tutto il percorso terapeutico. Tale relazione se ben costruita impostata e guidata passo passo è la risorsa fondamentale che hanno gli idrokinesiterapisti per creare quel circolo virtuoso di sensazioni e di azioni con cui stimolare i pazienti ed evitare che siano spaventati o agitati dal nuovo elemento in cui sono immersi. Il miglioramento delle loro condizioni di salute si ottiene solo se essi riescono a stabilire una buona relazione con l’acqua (ambientamento) e si lasciano guidare con fiducia dal terapista alla scoperta dell’acqua e delle sue innumerevoli valenze riabilitative.
Il corpo del paziente una volta immerso è in uno stato di microgravità; per molti risulta essere uno stimolo nuovo, molto forte, che assorbirà completamente la sfera sensoriale, emotiva ed intellettiva, l’immersione o il solo contatto con l’acqua spesso provocano ansia, paura e conseguenti blocchi del movimento e ritrosia all’agire. Inizialmente il terapista si dovrà dedicare in modo totale a questa relazione acqua-paziente con lo scopo di ottenere un buon rilassamento corporeo generale, condizione necessaria per ogni altra azione futura sul paziente stesso. Non dobbiamo dimenticare che i pazienti con disabilità motorie e/o sensoriali spesso hanno disagi emotivi; Per ottenere il totale rilassamento del paziente, il terapista ha a disposizione numerose risorse e diverse tecniche: la voce, lo sguardo, le mani e gli ausili galleggianti da usare sia come sostegno sia come stimolo propriocettivo. Attraverso l’utilizzo di tali strumenti e proponendo con pazienza, senza fretta, una gradualità di esercizi di ambientamento all’acqua si devono favorire la respirazione e l’equilibrio del corpo del paziente in modo che l’iniziale timore o disagio si trasformino in voglia di esplorare, di provare piacere e di muoversi nel nuovo ambiente in assenza di peso in uno stato di massima tranquillità e sicurezza.
Gli esercizi di ambientamento possibili sono migliaia, le situazioni da proporre per migliorare la relazione e la familiarità con l’acqua sono talmente varie e dipendono essenzialmente dallo stato di ogni paziente: non ci sono programmi preconfezionati ma di volta in volta si affrontano le difficoltà partendo dallo stato di relazione e di ambientamento che ogni singolo paziente ha con l’acqua.

L’approccio all’ambientamento che proponiamo si basa, abbiamo detto, su due prerequisiti principali: una buona respirazione e l’equilibrio corporeo. La respirazione dovrà essere eseguita dal paziente con calma e in tranquillità in tutte le posizioni possibili: inizialmente in acqua bassa, poi in galleggiamento verticale in acqua più profonda ed infine in galleggiamento prono. L’equilibrio del corpo in acqua dovrà essere gestito dal paziente con gradualità sempre in massima sicurezza e man mano acquisendo un autonomia di galleggiamento senza appoggi e senza aiuto. Le serie di esercizi proposti dal terapista saranno di difficoltà crescente in base alla patologia e al grado di acquaticità posseduta da ogni singolo paziente. Se si procede stabilendo una relazione triangolare positiva tra acqua-paziente-terapista, si creerà un circolo virtuoso che rende il lavoro riabilitativo in acqua unico poiché fa emergere nei pazienti delle potenzialità e delle abilità motorie e relazionali che spesso rimangono nascoste (abilità latenti) o poco valorizzate in altri contesti terapeutici. In conclusione non pensiamo che l’acqua sia la soluzione unica in un programma riabilitativo, ma crediamo che possa essere inserita a pieno titolo nei percorsi terapeutici. Le attività motorie in acqua soprattutto per le dinamiche relazionali triangolari descritte e per la globalità di intervento sono particolarmente efficaci nelle disabilità infantili favorendo in modo particolare: il decentramento, lo sviluppo dello schema corporeo e la comunicazione sia verbale che non verbale, fattori fondamentali dello sviluppo neuropsicologico dei piccoli pazienti.

Idrokinesi Per Cerebrolesioni


L’idrokinesiterapia rappresenta oggi una vera e propria pratica riabilitativa che basa le sue origini sulla riscoperta delle proprietà curative dell’acqua attraverso metodiche ed esercizi mirati per ogni forma di patologia sia ortopedica che neurologica..

Nella pratica riabilitativa odierna molti pazienti con disabilità vengono costantemente invitati dall’equipe terapeutica o dai medici responsabili a frequentare le piscine per usufruire delle innegabili opportunità terapeutiche offerte dalle attività motorie svolte in acqua. Purtroppo ancora oggi nelle piscine si confondono le figure professionali e le attività da svolgere; i piccoli pazienti eseguono esercizi o iniziano training inadeguati e spesso dannosi non essendo seguiti da personale opportunamente preparato. Bisogna sapere che fare "ginnastica in acqua" non significa fare riabilitazione in acqua. L’esercizio fisico sul soggetto sano è opera degli istruttori sportivi ma la riabilitazione deve essere eseguita da figure professionali opportunamente preparate, la loro particolare formazione professionale consente di utilizzare l’acqua in modo medico e scientifico e di operare mediante l’applicazione di opportuni protocolli riabilitativi.


I nostri operatori attueranno le attività idrokinesiterapiche secondo la tecnica ASP (Approccio Sequenziale Propedeutico), l’unica completamente italiana, che prevede:

• La presa in consegna del paziente sin dal suo ingresso in piscina.

• Il suo trasporto in acqua mediante opportune prese di assistenza.

• Il trattamento terapeutico mediante protocolli adatti ad ogni patologia sia ortopedica, neurologica o traumatologica.

L’idrokinesiterapia per i pazienti con esiti di cerebrolesioni è una forma di terapia di supporto che si affianca e si inserisce in un piano di trattamento più ampio che necessariamente prevede altre forme di terapia. Il paziente e la sua famiglia saranno certamente a contatto con altri professionisti ed operatori sanitari, dunque il compito del terapista in acqua sarà quello di inserirsi nel lavoro di equipe e progettare il suo intervento insieme alle altre figure presenti.

I pazienti con disabilità neuromotoria presentano spesso quadri clinici con complicazioni e danni associati al sistema sensoriale sia visivo che uditivo. Ovviamente il danno motorio è il più evidente e si manifesta principalmente con quadri clinici di diparesi spastica, tetraparesi spastica non deambulante, distonia e atassia. Sono due i principali sintomi: il dolore e la rigidità muscolare. L’acqua rappresenta per questi pazienti un mezzo ideale con cui lavorare, a causa della parziale assenza di gravità permette loro di far svolgere dei movimenti e degli esercizi che sarebbero impossibili e difficili da eseguire fuori e consente al terapista di valutare effettivamente le potenzialità residue di questi pazienti. Si può dunque affermare che l’acqua sia un elemento "facilitatore" per il paziente e per il terapista.


Il dolore e la rigidità sono aggravati dagli stati di ansia latenti e inconsci accumulati dai pazienti cerebrolesi e dallo stress fisico-emotivo conseguente. Infatti la loro quotidiana e faticosa lotta contro la forza di gravità, la paura di essere toccati e il timore di cadere sono fattori che inducono questi pazienti, in particolar modo i bambini ad un atteggiamento di "chiusura" del loro spazio di azione; tutto ciò è evidente se si osserva la loro mimica facciale tipicamente sofferente. Una volta immersi in acqua con tutti gli accorgimenti e gli ausili del caso e assistiti dal terapista mediante prese opportune, i nostri piccoli si sentiranno liberi dalla forza di gravità. Essendo protetti dall’elemento liquido che li avvolge completamente e che li sostiene, essi perderanno la paura di farsi male, dunque anche psicologicamente saranno più tranquilli e rilassati. I pazienti avvertono in acqua un generale senso di rilassamento e di benessere per la stimolazione cutanea dei meccanocettori i quali sono forti inibitori del dolore ed eccitanti del sistema parasimpatico. A causa di questo massaggio naturale mio-rilassante che si esercita a temperatura adatta (28°- 35° gradi), il tono muscolare diminuisce e i muscoli antigravitari in sovraccarico funzionale si rilassano. I bambini cerebrolesi non avendo mai avuto una "immagine", un vissuto motorio corretto riceveranno dalla pratica dell’idrokinesiterapia, se a loro possibile, diversi stimoli e finalità in funzione del loro stato clinico. In soggetti già compromessi a livello posturale a causa degli esiti della cerebrolesione, il movimento in acqua induce notevoli vantaggi terapeutici per le loro affezioni più frequenti: le scoliosi neurogene, le cifo-lordosi, le sindromi dolorose del braccio e della spalla, le contratture e gli spasmi muscolari. Anche la resistenza dell’acqua può essere utilizzata per riarmonizzare gli schemi motori scoordinati. I bambini cerebrolesi devono "abilitarsi" piuttosto che "riabilitarsi" all’esecuzioni di schemi
motori complessi, la resistenza dell’acqua rallentando i movimenti e quindi aumentando i tempi di esecuzione facilita questo apprendimento. Le prerogative positive del movimento in acqua si basano su alcuni principi fisici: la riduzione della forza di gravità, la spinta di galleggiamento attraverso la variazione dei volumi polmonari (training respiratorio) e mediante gli ausili, la forza di resistenza del mezzo ed infine la variazione della velocità di esecuzione dei movimenti. Gli obiettivi più comuni di un trattamento in acqua sono il raggiungimento di uno stato di rilassamento, il controllo del ritmo respiratorio, una nuova conoscenza del proprio corpo (schema corporeo) in relazione ad un nuovo ambiente. Ma questi obiettivi possono essere diversificati in modo da favorire la creazione di progetti riabilitativi individualizzati e più mirati al quadro clinico di ogni singolo paziente.

Nelle tetraparesi e diparesi spastiche gli obiettivi più specifici sono:

• Ridurre la spasticità diminuendo o impedendo l’instaurarsi di contratture e retrazioni grazie ai movimenti possibili solo in acqua e agli esercizi di rilassamento dei muscoli antigravitari in assenza di gravità.

• Migliorare la coordinazione del ritmo respiratorio attraverso esercizi di apnea controllata e per il rinforzo dei muscoli diaframmatici e intercostali.

• Contrastare le alterazioni dello schema corporeo ed impedire il "neglect" con esercizi che favoriscano la reintegrazione di parti del corpo sfruttando la microgravità e la facilitazione alla mobilizzazione e all’apprendimento motorio.

• Contrastare l’eventuale componente centripeta (schema patologico) grazie all’ambiente microgravitario ed aumentare la funzionalità degli arti maggiormente compromessi con esercizi e con gli ausili galleggianti.

• Migliorare la conoscenza del proprio corpo.

• Acquisire una padronanza dei movimenti del corpo in uno spazio liquido (tridimensionalità).

• Sperimentare una verticalità non rischiosa, sociale, favorendo la conoscenza dello spazio davanti a sé, l’interazione con gli oggetti e con le persone.

• Diminuire lo stress terapeutico, proponendo una attività riabilitativa poco sanitarizzata e divertente in un ambiente, la piscina, che ha anche risvolti ricreativi.

Nei quadri clinici dove sono presenti anche componenti motorie atassiche gli obiettivi più specifici sono:

• Migliorare l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti nello spazio liquido sfruttando le resistenze e le facilitazioni offerte dall’acqua mediante esercizi che permettano un carico parziale sugli arti inferiori ed esercizi di controllo dell’assetto in galleggiamento.

• Migliorare la motricità fine e la manipolazione evocando una conoscenza stereognosica degli oggetti.

• Evocare componenti di controllo propriocettivo mediante esercizi che insegnino a variare i volumi polmonari e in una sorta di biofeedback, favorire il controllo e la presa di coscienza delle conseguenti reazioni sul galleggiamento.

"Abilitare" all’uso di certi movimenti e funzioni sfruttando sia la facilitazione della parziale assenza di gravità ai vari livelli dell’acqua sia il rallentamento dei movimenti.


Gli obiettivi raggiunti verranno poi verificati fuori dall’acqua e modulati con le terapie svolte in ambulatorio; infatti come abbiamo ribadito più volte è necessario integrare il lavoro in acqua con quello eseguito fuori dall’acqua,"in ambulatorio", ed inserire tutte le attività in acqua in un progetto riabilitativo più ampio affinché sia veramente efficace.

Le risorse operative del terapista per raggiungere e progettare un intervento riabilitativo efficace in acqua sono molteplici:

La progressiva autonomia di galleggiamento passando dal far galleggiare il paziente tenendosi a punti fissi all’utilizzo di ausili semimobili fino al galleggiamento autonomo.

Il livello dell’acqua, può determinare la va riazione della pressione idrostatica e il galleggiamento del corpo. Si può progettare e rendere possibile, ad esempio, un recupero progressivo della deambulazione partendo dall’acqua alta in galleggiamento senza appoggio e man mano diminuire la profondità aumentando così il carico sulla muscolatura degli arti inferiori.

La velocità di esecuzione degli esercizi. L’acqua consente di rallentare o accelerare l’esecuzione dei movimenti del paziente e quindi stimolare in vari modi e nel suo insieme il suo apparato locomotore. Gli ausili galleggianti: tavolette, ciambelle, tappetini, ecc. ecc. Il loro volume e la loro disposizione su diversi punti del corpo del paziente ci consentono di enfatizzare i principi dell’idrodinamica e i suoi effetti neur ofisiologici così da ottimizzare il lavoro terapeutico. L’uso di tavolette, ciambelle, tubi o altri ausili possono far aumentare la spinta di galleggiamento o diminuirla e variare l’assetto del corpo in acqua a secondo delle esigenze. Ad esempio possono aiutare un paziente a mantenere una posizione desiderata sostenendone una parte del corpo, o aggiungendo una forza esterna, ad affrontare attività di potenziamento. Similmente gli ausili come le tavolette aumentando la superficie possono essere usati per aumentare la resistenza al movimento nel potenziamento muscolare o per rallentarlo, favorendo l’apprendimento e il controllo coordinativo da parte del paziente. Possiamo concludere che tutte le proprietà dell’acqua che giocano un ruolo determinante per scopi riabilitativi, possono essere ampliate usando opportune tecniche e ausili che ne arricchiscono le possibilità terapeutiche.

Le prese del paziente. Esse sono una parte fondamentale della tecnica dell’idrokinesiterapista; infatti servono sia per assistere e trasportare in sicurezza il paziente sia per favorire i suoi cambiamenti posturali in acqua da prono a supino fino alla stazione eretta. Sono basilari per dare sicurezza e aiuto attivo ai bambini, attraverso le prese inizia e si instaura quella relazione e quella comunicazione non verbale molto intensa che è un’altra caratteristica importante delle attività motorie in acqua.